R. Moretti, Resa senza
condizioni. L’operazione Sunrise, consulenza editoriale di Maurizio
Pagliano, Mursia, Milano, 2013, pp. 231, Euro 16.
Paragonabili a
una avvincente spy story, le trattative di resa vennero condotte tra Karl
Wolff, comandante delle SS in Italia, e Allen Dulles, responsabile dei servizi
americani di Berna, tramite il barone Luigi Parrilli, il maggiore Max Waibel,
dei servizi di intelligence svizzeri, e il pedagogo Max Husmann di Zurigo.
La formula della resa
incondizionata pretesa dagli Alleati era dettata dall’esigenza di tenere
compatta l’alleanza contro l’Asse nazifascista, puntando soprattutto alla
vittoria totale. Ma l’operazione Sunrise fu molto avversata da Mosca: la fine
anticipata del conflitto avrebbe fatto avanzare le truppe alleate in Italia
ancora più a est, sottraendo territori al controllo sovietico. Questo
giustifica le forti rimostranze di Stalin a Roosevelt quando intravide
l’eventualità che si concretizzasse una resa anticipata dei tedeschi.
Le forze
dell’8a armata britannica perdettero la corsa per Trieste, ma riuscirono
a bloccare l’espansione del totalitarismo comunista vicino ai confini
dell’Italia. Dulles era consapevole del rischio che le vittorie militari
dell’Armata Rossa aumentassero la loro influenza sui Paesi liberati. Ma
Roosevelt e gli esponenti delle forze armate consideravano prioritario mantenere
l’alleanza con la Russia fino alla completa vittoria sulla Germania, in vista
anche della sua entrata in guerra contro il Giappone.
La capitolazione dei tedeschi in
Italia contribuì ad accelerare il crollo del Terzo Reich. Ma rispetto ai
propositi iniziali, la firma della resa avvenne con notevole ritardo, per cui
le sue benefiche conseguenze furono più contenute. Il ritardo fu dovuto
all’irrigidimento di Kesselring e ai tentennamenti di Vietinghoff, ma anche
Mosca aveva ostacolato in tutti i modi le trattative. Oltre al timore di una
pace separata, i capi sovietici si rendevano conto che una prematura resa
tedesca avrebbe consentito, alle truppe alleate, di arrivare a Trieste prima di
Tito. Bastarono pochi giorni di ritardo per modificare a danno dell’Italia la
situazione nella Venezia Giulia, facendo subire a questa città le atrocità
dell’occupazione jugoslava.
L’operazione Sunrise concludeva
la campagna d’Italia con un bilancio positivo. Senza di essa non ci sarebbe
stata la liberazione di Parri e Usmiani, esponenti del Corpo Volontari della
Libertà. Lo stesso Sogno fu «risparmiato» e alla fine di aprile riuscì ad andarsene
dal campo di prigionia di Bolzano. Ai primi di marzo Wolff, alla presenza di
Parrilli, aveva dato ordini perché fossero vietate violenze contro le persone e
limitate alla «necessaria apparenza» le azioni di guerra contro i partigiani,
inoltre nulla venisse distrutto né asportato. L’intervento tempestivo di
Röttiger e Wolff riuscì a salvare 139 prigionieri, fra cui personalità eminenti
di diverse nazioni europee, a Villabassa vicino a Dobbiaco. Erano ostaggi «con
un elevato valore di scambio» a disposizione di Kaltenbrunner, che intendeva servirsene
per indurre gli Alleati a trattare. Venne garantita la sicurezza di circa 350
prigionieri di guerra angloamericani, ancora in Italia. Inoltre, a partire dal
26 aprile, cominciarono a essere rilasciati i prigionieri del lager di Bolzano
e il 30 il campo fu consegnato alla Croce Rossa. Infine fu possibile recuperare
i tesori d’arte provenienti dagli Uffizi e da Palazzo Pitti di Firenze, a San
Leonardo (Val Passiria), dove Wolff li aveva messi al sicuro, trasgredendo un
ordine di Himmler che voleva trasferirli in Austria. Stessa cosa fece per la
preziosissima collezione numismatica di re Vittorio Emanuele III, conservata nel
palazzo dei duchi di Pistoia a Bolzano, oltre a due miliardi di lire in denaro
e titoli.
I capi delle
SS non si facevano illusioni sulla loro sorte personale, nel caso di una sconfitta
ormai inevitabile. Wolff e i suoi collaboratori con le trattative Sunrise cercavano, e in parte ottennero,
una via d’uscita dalla trappola in cui si trovavano. Invece Himmler e Kaltenbrunner
miravano ad attuare un’estrema difesa nell’Alpenfestung, la roccaforte progettata
nelle Alpi, utilizzando i prigionieri e i progettisti delle nuove armi come
ricatto per ottenere concessioni politiche e la loro salvezza. Ma il loro piano
non riuscì.

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